domenica 25 marzo 2012

RIFLESSIONI

E’ arrivato il tempo delle scelte. Per anni abbiamo vissuto nella speranza che qualcuno sopra di noi, che fosse un Sindaco o un Presidente del Consiglio non importa, trovasse delle soluzioni per darci quella tranquillità che tutti, da bravi borghesi, desideriamo. Quella tranquillità che, in fondo, ci metta al riparo da scelte e coinvolgimenti troppo impegnativi, sia a livello personale che sociale. Abbiamo applaudito a chi ci vendeva sicurezza, a chi ci prospettava modelli di benessere improponibile, a chi ci convinceva che la morale personale potesse essere disgiunta da quella collettiva. Negli anni settanta, Guccini ci cantava che nelle auto prese a rate, nella ipocrisia di chi sta sempre nella ragione e mai nel torto, Dio era morto. Dopo quaranta anni ci ritroviamo a scoprire che Dio è ancora morto, ucciso da una cultura dove l’apparire è ancora più importante dell’avere, per non dire dell’essere. Abbiamo ucciso Dio, immolato sull’altare del “carpe diem”, dell’assenza di visione del futuro. Abbiamo adottato uno stile di vita dove la notte ha preso il posto del giorno, dove se qualcuno partecipa ad un concorso o sostiene un colloquio di assunzione, è preoccupato più di trovare una raccomandazione che di studiare, dove ci si finge invalido per ottenere denari e benefici, si evadono le tasse, si calpestano regolarmente i diritti degli altri, soprattutto se sono vecchi, malati o comunque più deboli e indifesi. Hanno ucciso le nostre idee e i nostri ideali, cercando di convincerci che non esistono più le ideologie, che un partito è uguale ad un altro e che le soluzioni sono sempre, solo e comunque legate al denaro e all’economia. Hanno ucciso il senso cristiano della vita, ma anche quello che per settanta anni era stato il suo antagonista ideologico, il marxismo, e tutto è stato reso possibile in nome dell’economia di mercato, lasciata in mano a pochi gruppi finanziari che hanno disgiunto la finanza dall’economia, annullando il valore della persona, ma anche quello del lavoro come mezzo per realizzare i propri desideri. Le banche, costruite come templi, dove si parla sottovoce, come in chiesa, dove si decide della vita e della morte degli individui e delle aziende, oggi regolano le sorti delle nazioni e, soprattutto, dei tanti, tantissimi, troppi poveri che vi vivono. E se le cose non cambiano, il finale del film è già scritto. In occidente, come nelle emergenti economie orientali e sudamericane, la forbice tra ricchi che avranno più denari che esigenze e i poveri che non avranno neanche il pane per i loro figli, si allargherà sempre di più, generando una spirale che, nel nome del controllo sociale, darà origine a violenze, soppressione delle libertà individuali, governi “forti” fuori dal controllo democratico dei cittadini. E quello che sta accadendo oggi in Grecia e anche in Italia, dove la politica è stata commissariata dalle banche, è solo, purtroppo un pallido anticipo di quello che potrebbe accadere nei prossimi anni.
E quale è allora la soluzione?
Io penso che la strada da percorrere senza indugio a livello individuale, ma anche collettivo, sia quella della solidarietà e dell’amore. Occorre ridurre il valore assoluto che oggi rappresenta il denaro, creando ambienti e situazioni dove l’uomo possa trovare considerazione in se stesso e dare il proprio contributo alla comunità anche se povero o indigente. Occorre, fisicamente, creare ambienti, comunità, associazioni dove ciascuno apporti il proprio contributo in maniera libera e senza corrispettivi economici, riscoprendo e facendo riscoprire il valore della gratuità e della persona. E gli ambiti dove realizzare questo già esistono e aspettano solo di essere popolati: sono le parrocchie, gli oratori, le società sportive, le associazioni di volontariato e, perché no, anche i partiti politici, spogliati dalla bramosia del potere e riportati alla loro funzione di rappresentanza delle idee e delle persone. Per far questo, occorre una generazione nuova, giovane nel corpo, ma soprattutto nello spirito, che abbia il coraggio di mettersi in gioco e lottare contro la corrente avversa per costruire un presente migliore.
Perché, come diceva Guccini cantando “ Se Dio muore, è per tre giorni e poi risorge”.
Ci aspetta un duro lavoro, ricco di sofferenza e di dolore, ma anche della soddisfazione di scoprire che sia ha più gioia nel dare che nel ricevere. Quello che è certo è che tutto questo non è più una scelta, ma una necessità inderogabile, una battaglia a cui siamo chiamati tutti e ciascuno, se vogliamo consegnare un mondo migliore di quello che abbiamo trovato ai nostri figli.


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